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LA CRITICA

SILENZIOSA-MENTE mostra personale di LUCA GUGLIELMO

SILENZIOSA come aggettivo e MENTE voce del verbo mentire, perché è questo che produce l’Arte di Luca Guglielmo, introducendoci in un mondo surreale popolato da figure di una perfetta anatomia, ma prive di volto, cieche sorde e mute. L’ambientazione è di natura metafisica e curata nel particolare sia nelle scene di interni che nelle prospettive paesaggistiche che si perdono in orizzonti lontani, ovattate scenografie dove le figure diventano protagoniste capaci di instaurare un dialogo silenzioso con lo spettatore. La scomparsa dei tratti somatici oltre che privare di identità i soggetti (ma non dell’anima, che invece si percepisce nelle sinuosità aggraziate dei corpi, tormentati da qualche inquietudine) concretizza il silenzio in un’aria palpabile di incomunicabilità, proposta da un segno gentile ed una ricerca virtuosistica attenta alla resa del reale nell’ordine e nella pacatezza che ben sposano le tonalità vive ma al contempo delicatamente sfumate. Le scene rappresentate sono come costruite teatralmente, necessitano di un osservatore per poter esistere nella loro narrazione, in un’aria permeata di classicismo virtuoso che non si sottrae all’influenza di grandi Maestri del passato richiamando simbologie e rivisitando grandi classici, riletti in chiave metafisica. Qui viene espressa una sottile e languida solitudine che è come un’aurea concreta attorno ad un Uomo ormai ritratto omologato di se stesso che difficilmente risulta integro in ogni sua parte, in una perdita di Umanità che viene simboleggiata dai particolari ricorrenti come le zampe di caprone o perfetti corpi con parti mancanti e modificate. Se vi è corpo manca la testa, e laddove risulti presente assume il totale controllo del dipinto, generando corpi o rimbombando vuota in se stessa. E’ facile scorgere almeno un angolo di cielo, un’apertura di un interno o un paesaggio che va sfumando in lontananza, a volte veri e propri dipinti nei dipinti in un gioco di sfondamenti ottici che genera la sensazione di infinito anche in spazi chiusi. L’Arte di Luca Guglielmo, nel silenzio ovattato delle sue minuziose descrizioni di un mondo metafisico, ci porta in un inganno di bellezza che descrive invece un aspetto di realtà del mondo, sempre più teso ad omologare le sue creature e a privarle di un volto ed un’identità, con l’inevitabile condanna ad un’inquieta solitudine.
(Ludovica Ros)

Parlare del giovane Maestro Guglielmo rappresenta un onore per la critica contemporanea data la consapevolezza della sua Arte senza tempo, in cui le sue Spersonalizzazioni metasurrealizzanti ci riconducono al mondo oggettivo, completamente purificati nello sguardo e nell'Anima travagliata. Ed è solo all'inizio: sono lieto di averlo postavanguardizzato!
(Andrea Domenico Taricco)

Dall’epopea classica alla caduta dei nuovi miti La satira metafisica di Luca Guglielmo
Che ne è stato di una generazione cresciuta pregustando l’ebbrezza del successo, ammaliata dal miraggio americano del self made man, dei fast food e dell’eldorado?
Alcuni continuano a credere nel finto benessere propagandato dalla tv commerciale, altri vi guardano con nostalgia, delusi dai falsi profeti new age e dal minimalismo anni novanta.
I più ottimisti confidano nel prossimo millennio per lasciarsi alle spalle un decennio dalle atmosfere un po’ decadenti e approdare a lidi più sobri e concreti.
Luca Guglielmo, che si definisce figlio degli “anni di plastica”,
rilegge con accento ironico un sentimento diffuso di rabbia e obnubilamento in opere metafisiche cariche di simboli e suggestioni concettuali.
Dopo aver metabolizzato criticamente quei miti ormai obsoleti, abbandona il linguaggio iconico del mondo pubblicitario per riscoprire nel silenzio del proprio inconscio un mondo utopico, in cui i cipressi bökliniani (nondimeno carducciani) conducono ad una dimensione di eternità, rischiarata dalla luce di un faro, rivolta alla vera essenza dell’individuo.
Lune ubique su cieli magrittiani scompaginano le leggi fisiche che regolano l’universo rendendo tutto possibile. L’unione di forze uguali e contrarie, ordine ed entropia in perfetto equilibrio, immaginazione e ingegno, sono in grado di detronizzare il dio denaro e frenare l’avanzata del progresso col suo lessico sconsiderato, fatto di slogan e flussi ininterrotti di parole. Gli eroi dei miti ellenici, calati come fu per De Chirico nella ‘solitudine colma di mistero’, possono soverchiare il materialismo dell’ultimo trentennio stigmatizzandone i modelli effimeri.
Se Wharol celebrava la sovranità dell’immagine, in infinite riproduzioni serigrafiche, fino a spersonalizzare i volti e i corpi dei soggetti rappresentati,
Luca Guglielmo restituisce loro la perduta unicità privandoli dei tratti somatici e delle caratteristiche che li identificano. Contraddizione solo apparente laddove l’individualità si cela dietro maschere e i comportamenti rispondono a cliché uguali ad ogni latitudine. L’abito viene epurato del suo status per portare in superficie crimini e nefandezze di chi lo indossa.
Nel ciclo pittorico “Nuovi miti”, l’anima corrotta dei personaggi emana da topi, teschi, maschere di un’opera buffa interpretata da tycoon, premier e politicanti nati sulle ceneri di illustri statisti, starlette e tronisti vanagloriosi con armadi stipati di scheletri.
Figli del dio Pan, dissimulano dietro pubbliche virtù la loro natura beffarda e, inebriati dai loro baccanali, ignorano stoltamente l’imminente disfatta. È la fine di un’epoca e l’inizio di un nuovo corso. Ab ovo.
L’uomo del moderno Rinascimento -vivificato dall’ equilibrio cromatico di Mondrian, disciplinato dal rigore morandiano- si dischiude alla conoscenza, recuperando la sua centralità nel cosmo.
E la perduta dignità.
(Silvia Cestari)


La pittura nelle sue varie forme e stili può; essere rappresentazione veridica della realtà; fino agli eccessi, una maniacale e virtuosistica mimesi che arriva all'inganno ottico iperrealista, oppure può; essere visionaria apertura verso il surreale, andare “oltre lo specchio“ ndagare l'ignoto, l’irrealtà; ed il sogno.
Luca Guglielmo ci apre degli spiragli su di un mondo immaginario, onirico, ci invita oltre lo specchio che riflette le apparenze, in un mondo silenzioso, malinconico, un mondo in attesa, in cui enigmatici individui, privi di volto, che per l’artista rappresentano l’anonimato della gente comune, sono “personaggi in cerca d’autore” in cerca di un “copione”,
di un testo cui ispirarsi che sia viatico e guida per la propria esistenza, un mondo “sospeso” in attesa.
Luca Guglielmo vive a Torino, città; magica, ritenuta da De Chirico la più metafisica città italiana”.
Una città affascinante, piena di contrasti anche in campo artistico, dove la tradizione figurativa è rappresentata, ad esempio dal “Gruppo dei sei”, dal “realismo magico”, o anche dal gruppo dei Surfanta, dove “Objets trouvès” assumono ruoli e significati inconsueti, divenendo protagonisti di rebus metafisici.
Nei dipinti di Luca Guglielmo si riconosce questo “humus” che fa parte della cultura di un artista attento a quanto Torino ha dato all’espressione artistica,
mi piace pensare che il suo mondo immaginario sia prodotto e suggerito dal luogo in cui egli vive, quel microcosmo fatto di spazi così particolari
architettonicamente e caratterialmente così intensamente segnanti da definire “genius loci” che fortemente lo identifica e differenzia da altre parti della città.
Un carisma dato non solo da scenografie architettoniche, quelle “metafisiche” del Cottolengo, la teatralità “crepuscolare” di S.Pietro in Vincoli, la spettralità scheletrica dei gasometri,
ma anche dalle esistenze di personaggi che ne hanno segnato la storia.
Si può riconoscere quindi nei lavori di Guglielmo questo volto di una Torino non”regale” , dotata di minor compostezza, meno aristocratica, da intravvedere tra le fessure dell’apparenza,
ma dove l’intreccio inconsueto di scenari, attività e vite, ne costituiscono l’indubbio fascino.

Prof. Andrea Cordero


Luca Guglielmo possiede la capacità istintiva di rappresentare col simbolo se stesso e il mondo,
l'uomo e la realtà, tracciando visioni coloristicamente intense tra Metafisica e Surrealismo.

Elisa Bergamini

Ciò che più mi colpisce osservando l’insieme dei dipinti di Luca Guglielmo è la loro particolare atmosfera metafisica, caratterizzata, oltre dal consueto azzeramento del tempo, dall’azzeramento dell’aggressività. Esistono quindi due assenze: tempo e aggressività.
La metafisica classica propone l’azzeramento del tempo come condizione base per poter mettere sullo stesso piano elementi che, normalmente, non poterebbero co-esistere. Il paradosso temporale che viene così creato contribuisce a indurre quel senso di enigmaticità che da sempre contraddistingue la metafisica.
Elemento peculiare della metafisica di Luca Guglielmo è l’azzeramento dell’aggressività. L’atmosfera che si vive nei suoi quadri è di pace, tranquillità e di confortevole staticità di tutti gli elementi dipinti.
è come se seguisse una sua personale legge del contrappasso: nella vita lui mostra atteggiamenti duri verso le persone e le situazioni che lo circondano, atteggiamenti che però gli impediscono di essere se stesso; nello spazio metafisico che dipinge può abbassare totalmente la guardia riuscendo così ad esprimere le sue idee e delle sue emozioni in assoluta tranquillità.
Il dipingere è quindi, per lui, uno spazio in cui poter esprimere se stesso. I suoi quadri sono generalizzazioni delle sue idee, del suo modo di percepire il mondo che lo circonda.
Le immagini che crea, essendo prive di tensioni ed inserite in atmosfere eterne, sono degli inviti a pensare, a porsi delle domande.
Le atmosfere metafisiche di Luca Guglielmo, inoltre, non annoiano mai. Esse descrivono suggestioni che rimangono indefinite e spetta a fruitore che le osserva trovarle una forma compiuta.
A Luca non interessano le soluzioni dei problemi che affronta, e non interessa nemmeno porre delle domande precise, ma è attratto dai problemi in se stessi. A lui interessa descrivere gli elementi del mondo lasciando ad essi la loro complessità e indefinitezza. Tali descrizioni risultano quindi oggetti semimisteriosi che attraggono sempre la curiosità di chi li guarda.

Giuseppe Pepè

Attese ferme immobili, spinte oltre i limiti del colore su forme assolute ecco il modo di dipingere-parlare di LucaGuglielmo.

Il percorso di Guglielmo cresce e si sviluppa con chiare connotazioni in termini di soggetti, oggetti, ambienti e colori.
Ancora di più in termini di proposito evidente e costante: superare l’impersonale, suscitare emotività, sensazione, estroversione, mettere in moto l’animo dell’osservatore;
se un lettore di un quotidiano alla ricerca dell’obiettività dei fatti volta pagina, si beve un cappuccino e se ne va, l’osservatore di un quadro di Luca Guglielmo è spinto alla ricerca della autenticità e naviga con libertà in contrasti, provocazioni, idee.
I soggetti:
i volti mancanti sono le espressioni dell’astante che trova il proprio sguardo ed i propri lineamenti in una circostanza vissuta o desiderata.
Le donne hanno tolto le maschere e sono in generale contemplative, alla ricerca del senso, della verità o nella paziente attesa di una strada nuova o della realizzazione di un rapporto sincero, ponte per un cammino autentico.
L’uomo è semplice, umile, a volte gretto ed incapace ma nello stesso tempo ambizioso e presuntuoso di controllare eventi che non gli appartengono pure dietro compenso.
Gli oggetti:
sfere e parallelepipedi rappresentano la perfezione, il riferimento ad una essenza costante e confortante di cui l’uomo ha irrimediabilmente bisogno e con cui si misura nella ricerca della verità oppure è una Natura presente ma invisibile per lo stolto presuntuoso nella quale, disilluso, troverà forza.
Gli ambienti:
luci, ombre, campi sovresposti e finestre aperte creano delicate atmosfere per le emozioni femminili.
I grandi orizzonti danno lungimiranza all’inarrestabile forza del pensiero dell’uomo.
Le colonne ci rassicurano sulla robustezza della nostra esistenza, così come i muri rappresentano la crudezza dell’inettitudine umana o degli inutili sforzi nel realizzare la propria sorte indipendente.
L’infinito si raggiunge dalle finestre dell’animo che danno sprazzi di un turchese fresco anche in campo nero.
Le rovine ci ricordano una romantica caducità delle cose ma anche l’importanza della storia, le tracce de nostri antenati, del cammino incessante della vita, del bene e del male delle nostre esperienze.
I colori:
sono opachi pastelli a volte sereni a volte tempestosi; le nostre emozioni hanno colori così come gli odori e i sapori, più che mai sperimentabile nella prova informale.
Con questi elementi Luca Guglielmo ricostruisce il proprio percorso e di ogni uomo nella consapevolezza, nel desiderio e nella malinconia dell’attesa.
I quadri di Luca Guglielmo sono
gradevoli ed equilibrati per i colori e le geometrie
dinamici per il principio di azione e reazione
positivi per lo spirito .All’osservatore viene offerta con gratitudine la libertà di interpretare il viaggio umano e Luca Guglielmo si compiace di saper esprimere nell’arte figurativa la propria ricchezza di spirito.
L’arte trova massima espressione in questo dialogo, in questo incontro.

Roberto Bellero

Analisi di Leda e il cigno.
Guardo l’immagine di Leda e il cigno,
dapprima mi colpisce la violenza dell’immagine e quasi la rifiuto: come può una cosa così bella essere “spezzata”?
In quella troncatura vedo la causa dell’impossibilità del contatto, vedo una ferita che gronda sangue dalle pareti.
Questo mi disturba perchè è rottura,
è conflitto
è il vuoto di certezze.
è quell’inquietudine che ti fa girare e rigirare nel letto perchè vorresti gridare che il Bello non può essere violato..
si vorrebbero le pareti di un tenue azzurro e non di quel rosso che richiama sofferenza, si vorrebbe una donna intera e si desidera la possibilità del contatto, si vorrebbe chiudere gli occhi di fronte all’inspiegabile sofferenza!
Ma l’ottimismo è una difesa che non salva dal pericolo del conflitto, della rottura, del dolore perché fanno parte della Vita
e Leda è viva,
è Vita più che mai:
con i suoi capelli che non hanno smesso di essere brillanti,
con il suo corpo morbido e accogliente che la rendono, nonostante tutto, bella e desiderabile.
E la sua collana di perle è la sua dignità non spezzata
e quel tappeto morbido, che la protegge dalla fredda pietra della solitudine, forse è dono di un Amore.
Solo allora noto i ciuffi d’erba che crescono nell’apparente sterilità del muro, solo allora noto il quadro con il Cielo raffigurato sopra il suo capo e riconosco nella proiezione dell’ombra di Leda un abbraccio finalmente integro verso qualcosa che ancora non c'è ma forse ci sarà …
A pensarci su quest’immagine non è inquietante: è Vita,
bisogna solo avere il coraggio di guardarla e accoglierla.

Simona Altieri